Chissà perché, ho deciso di guardare Boris.

Sarà stato il countdown su Netflix, sarà che è osannato da tutti, ho deciso di dargli fiducia.

Premetto che, come tutti i modesti geni della comicità, è difficilissimo farmi ridere. In 3 stagioni di Boris ho contato QUATTRO sorrisi. Uno, su “è stato l’orafo”, uno su “Francesco Totti Biascica” e un paio non meglio identificati.

Come fa a farvi ridere? Va bene, è una critica alle decine di fiction che riempiono i palinsesti italiani.

L’attrice raccomandata, la qualità scadente, la recitazione abbozzata, le manie del divo, le direttive nonsense della produzione. Tutto questo è Boris. Nei primi 20 minuti della prima puntata. Ora ripetete per QUARANTUNO episodi. Niente di più. Niente di nuovo.

Corrado Guzzanti? Non aggiunge nulla. Ho trovato più calzante Marco Giallini. Impazzisco per la Crescentini, ma questa è un’altra storia.

Eppure, viene segnalata tra le serie tv imperdibili.

La satira si fa diversamente e, soprattutto, perde di potenza quando viene ripetuta: avete presente il Bagaglino? Ecco, uguale.

Terminarlo è stata quasi una tortura, un “vediamo dove vanno a parare”. Sbaglierò, ma da una serie tv comica, mi sarei aspettato di ridere.

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Intollerante a molte cose, soprattutto a me stesso. Dipendente da arachidi, pollo e cioccolata. Odio gli errori di grammatica e di battitura. Ho intrapreso una battaglia contro i doppi spazi. Da 0 a 30 anni ho vissuto a Napoli. Diploma scientifico, 60/100, che è il giusto prezzo da pagare per un pezzo di carta. Poi due anni all'università Parthenope, ma fare il rettore mi annoiava. Per nutrire il mio cinismo, inizio a lavorare nel settore del recupero crediti. Poi ho vissuto 4 anni a Monaco di Baviera, per contrastare il fenomeno dilagante del cappuccino accompagnato alla pizza. Sedicente showman, sedicente umorista, sedicente webmaster. Sogno di rivivere la vita di Benedetto Croce al contrario: nascere a Napoli, morire a Pescasseroli. Sulla mia autopsia ci sarà scritto "è morto di intolleranza".

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